lunedì 25 aprile 2016

ANCHE IO CE L'HO FATTA! (AD ANDARE A BOLOGNA)

Bonjour!
Stamattina intorno alle undici
(ero sveglia da poco. Mi ero svegliata una prima volta alle sette, sono stata sveglia nel letto un'oretta e mi sono riaddormentata fino a un orario consono, a una giornata di festa, in cui non ho nulla in programma per la mattinata)
mentre facevo colazione con un sanissimo yo yo e un the verde allo zenzero, ho letto su una pagina fb che seguo, la bella storia di un ragazzino dodicenne, affetto da distrofia muscolare, che è riuscito, non senza tante peripezie, ad andare in Olanda, per fare uno scambio culturale alla pari. Ho pensato che fosse una cosa meravigliosa! Che una persona che necessita di "assistenza continua" abbia potuto partecipare a un'esperienza straordinaria alla pari dei suoi amici.
E subito il mio pensiero è andato (come per la maggior parte della gente che ha commentato) a quanto in Italia, per le persone con disabilità, siano ancora presenti tante/ troppe "barriere" che ostacolano la nostra buona voglia di fare.
Ma poi ho pensato che, altre volte, se sei disposto a farti dare una mano e trovi persone disposte - lo so, ho usato due volte lo stesso termine in una frase, ma l'ho fatto volutamente - ad aiutarti, anche cose che penseresti infattibili, si possono realizzare.

Io non ho dodici anni, ne ho (quasi) trentasei. Eppure, oggi, che in tante occasioni sono costretta a utilizzare la sedia a rotelle e, per molte "faccende" non sono completamente autonoma, quando vedo che le cose per le quali devo chiedere "una mano" sono più di quelle che "riesco a far da sola", spesso... mollo l'obiettivo. Dico: non ce la faccio. E già il dire NON CE LA FACCIO, mi farà sembrare molto più difficile affrontare una situazione.
A Dicembre c'era la cena aziendale: a volte si fa a Roma, a volte a Milano, quest'anno era a Bologna. Avremmo dovuto prendere un treno, dopo l'orario di lavoro, arrivare a Bologna, cenare, festeggiare, prendere un treno per tornare. Oppure dormire nella struttura in cui si cenava e poi tornare la mattina e presentarci al lavoro.
Per me era una cosa infattibile: ho una "resistenza alla fatica" molto più bassa del normale. Mi stanco facilmente. E poi il treno non lo prendo in autonomia dai primi anni del 2000. Avrei dovuto chiedere l'assistenza alla sala blu e chiedere poi a un taxi per fare il tragitto stazione - hotel. O qualcosa del genere.
Quando ho detto ai miei colleghi che sarei voluta andare anche io, abbiamo valutato l'idea di noleggiare un "pulmino". Perchè il problema, mio, non è solo salire. Il problema è anche che, restando più di un tot di ore con le gambe "piegate", poi non cammino più, del tutto. Non sono una "molto facile" da gestire.


Purtroppo, sfiga vuole, erano tre giorni che mi imbottivo di antidolorifici e, quel giorno, sono rientrata al lavoro. Mi è stata data una mano a tirar giù la carrozzina dall'auto, sono stata accompagnata in ufficio e poi, verso le 16:30, sono stata presa in braccio a mò di "principessa" dal Teo che, dopo avermi chiesto "ti fidi di me?" con delicatezza, mi ha sistemata bellamente sul sedile.

E' stato lui a offrirsi per guidare "il mezzo" (è il più giovane all'anagrafe, ma anche il più responsabile. Se trova qualcuno per strada che ha bisogno di una mano, si ferma e chiede se può essere d'aiuto). Desy e Consu gli sarebbero state accanto sul sedile davanti, per tenerlo sveglio durante il tragitto.
Eli, Claudia e io eravamo nel sedile comodo di mezzo, quello in cui potevi stendere le gambe.
Mauri, Gianpy e Barbara erano sul sedile posteriore.








Ormai sono trascorsi quattro mesi da quel viaggio, non ricordo esattamente cosa sia accaduto nel viaggio d'andata. Ricordo però l'arrivo a Bologna: città bellissima, che mai avevo visitato.

Grazie ad alcuni colleghi che mi hanno spinta sulla carrozzina, abbiamo fatto un giretto nella piazza. Era Dicembre e faceva piuttosto freddo, ma non un freddo esagerato.








e, in quella piazza, abbiamo trovato dei nostri colleghi (di cui non ho memorizzato il nome) con i quali abbiamo raggiunto altri colleghi che stavano facendo un aperitivo "in strada". Ci sono queste viettine a Bologna, con i locali, in cui la gente resta in piedi, oppure prende un bicchiere e resta a chiacchierare in strada.




Fosse stata un'altra occasione, avrei temuto per le mie ginocchia. Però, non lo so, ero talmente contenta di esserci, che non ho fatto caso al freddo.

Il palazzo in cui avremmo poi cenato era piuttosto vecchio. La persona che era di guardia all'ingresso non ci ha lasciati entrare fino alle otto e , vedendomi "in crisi" per l'accesso alla sala superiore (ha sentito che con due colleghi parlavamo dell'eventuale mio trasporto in carrozzina), mi ha rasserenata dicendo che c'era un altro ingresso con ascensore. C'era anche il bagno per disabili e una piattaforma per raggiungere la sala chic della cena.


Non ricordo di essere mai stata in un ristorante così bello! Se, anche questa volta, avessi ascoltato "il mio fisico, le mie paure" mi sarei preclusa quest'ennesima serata.

So che non ero al massimo della forma e, essendomi trattenuta col bere, non ero nemmeno al massimo della simpatia :)))). Dopo l'aperitivo in piedi (che è stato il mio primo aperitivo da "seduta sulla carrozzina") ci siamo divisi in tre tavoli e mescolati a colleghi di altre stazioni. Tra i piatti di portata c'erano i garganelli (di cui lessi anni fa in un racconto di Lucarelli "I garganelli al ragù della Lilina") e, al termine, una tombolata in cui ho vinto un cappellino.

Intorno a mezzanotte/ l'una siamo andati a recuperare il nostro mezzo. Mauri, che durante la sera (con mia somma invidia) aveva trascorso gran parte del tempo al bancone dei free drink cercando di conquistare una collega facendo leva sul suo amore per i cani, al quinto o sesto incitamento da parte di mamma Barbara (coetanea) si è deciso ad abbandonare la festa. Si è incamminato sottobraccio alla Eli, che camminava su tacchi vertiginosi, cercando di mantenere l'equilibrio sui sanpietrini.

Credo di essere riuscita a dormire mezz'ora in auto. Qualcuno, non riuscendo a dormire, (a differenza di Consu e Desy che avevano abbandonato Teo alla guida da un pezzo...) ciclicamente lasciava scivolare una mano sulla mia testa, svegliandomi e chiedendo "Ila perchè hai bevuto così poco? Mi hai deluso". E' che... quella sera non era proprio serata.

Siamo tornati a Gallarate intorno alle tre e mezza, eravamo a letto verso le quattro. Eli mi ha fatto la gentilezza di riaccompagnarmi a casa (per la gioia di mia madre! Che, a trentacinque anni suonati, ancora si preoccupa delle mie condizioni di salute) ed è rimasta a dormire da me. Si è addormentata immediatamente! Mentre io, emozionata, frastornata per la serata, ho impiegato più di mezz'ora ad addormentarmi.

Il giorno dopo, al lavoro, la stanchezza era visibile sul mio volto. Mi sono spinta "oltre" le mie possibilità. Ci tenevo a questa cena e ho trovato chi mi ha dato una mano a realizzare questa (per me) grande conquista.

Una mia amica che, da qualche anno, studia a Bologna, vedendo alcune foto su fb mi ha chiesto "Ila! ma eri a Bologna! Potevi dirmelo, ci vedevamo"
"Sono stata lì solo una sera..."
Altri miei amici, quelli che frequento da oltre dieci anni, mi hanno fatto i complimenti "grande Ila! Sei andata a Bologna? Che sbatta..."
Altri mi hanno detto che sono pazza. Ma quello... un pochino, già si sa.




E comunque... da soli, non tutti possono fare tutto. Io, grazie a Teo, Desy, Consu, Mauri, Gianpy, Eli, Barbara e Clà... ci sono riuscita!

Au revoir

martedì 29 marzo 2016

Quello. Che. Mi. Salva. (di Lila Madrigali)

Bonjour,

questa volta pubblico un articolo non mio, ma di una mia omonima. Lila, quarant'enne "spumeggiante" e vitale che, come me, da un giorno all'altro si è ritrovata disabile e a dover combattere con tutte le difficoltà che una malattia degenerativa comporta (e che racconta, nella sua pagina fb "DISABILI SOLARI"). 

Lila abita a Gallarate, una città vicina alla mia, in cui ho la maggior parte dei miei amici e affetti. Due tra questi sono anche amici di Lila (Samuele e Christian) e Sam l'ha, in qualche modo, aiutata a "uscire un pochino" dalla condizione che la costringe ora in un corpo non propriamente suo,  facendole conoscere il Kempo.

Ieri sera quando lessi questo articolo, mi sono commossa. Per il coraggio, la forza di Lila. E mi sembrava doveroso, condividerlo, oggi sul mio blog. 
A voi tutti, buona lettura!

donna seduta sul pavimento in tenuta da combattimento giapponese pronta a combattere contro un uomo. Nello sfondo a sinistra una carrozzina

Può uno sport costituire un punto di ricarica per l'autostima? Io ne sono totalmente certa e vi racconta come sta andando la mia avventura nel mondo delle arti marziali giapponesi

Dai, vieni a fare Kempo anche tu.
Ma sono in carrozzina!
...e quindi?
Il dialogo fra me ed il mio amico Sam iniziò in questa maniera. Era estate e, si sa, in estate dar forma ai sogni è più facile; sarà colpa del profumo di fiori nel vento, del sentirsi più tonici per la frutta di stagione, non saprei. Sta di fatto che a parlarne seduti sul divano sembrava un bellissimo volo pindarico, tipico di chi come me mangia pane ed utopia dal primo giorno della sua vita.
Spinta dalla curiosità iniziai a ricercare l'origine del Kempo e mi imbattei in questa descrizione:

<< Il Nippon Kempo (日本拳法) è un'arte marziale giapponese di antiche tradizioni, nata dallo sviluppo e dal miglioramento di altre arti e discipline marziali orientali in particolare cino – giapponesi. Le tecniche sono particolarmente efficaci poiché calci, pugni, proiezioni, lussazioni, leve articolari e combattimento corpo a corpo si effettuano sia in piedi sia a terra in modo estremamente reale ed effettivo. Ciò nonostante è un arte marziale particolarmente sicura, poiché viene praticata con l'ausilio di speciali protezioni (le “corazze” - bo-gu) per  permettere, appunto, un combattimento molto reale e completo e ne consentono la pratica senza pericolo di traumi. È, dunque, un' arte non pericolosa che incorpora in sè tutto lo spirito, la filosofia, i principi e le tecniche delle più antiche arti marziali tradizionali. (Fonte: nipponkempo.it ) >>

Le parole “corazze”, “arte non pericolosa” e “sicura” mi coccolano orecchie e pensiero. Passano i mesi ed il profumo dei fiori nel vento si attenua: settembre, momento di agire.  La palestra offre una lezione di prova, adesso o mai più. Tutt'al più becco un NO! Il Sensei (1)  Renato è molto chiaro: “Tu ti adatterai al metodo. Noi adatteremo il metodo alle tue caratteristiche”. Trasuda marzialità e standogli davanti mi sento piccola piccola.

La Sensei Danila dal sorriso fulgente prende in carico l'esplorazione delle mie capacità fisiche, mi guida, mi sprona, ogni tanto mi bacchetta per eccesso di entusiasmo. Posso approfittare dell'avere attorno a me tante cinture nere, dalle quali carpisco segreti ed esperienze totalmente diverse. Non me ne accorgo nemmeno ma nel giro di una settimana sono in tutto e per tutto parte della palestra.
All'inizio, con me interagiscono soltanto i Sensei ed il mio Senpai (2) Sam che mi conosce come le sue tasche; che lo si accetti o meno, il disabile fa paura ed è difficile relazionarsi con l'ingombro di un corpo inusuale. Mi è riservato un allenamento speciale, protetto, quasi fossi di vetro; la cosa mi ferisce in silenzio, ma i Sensei se ne accorgono. Da qui inizia la magia: ci APRIAMO gli uni con gli altri, accettando di correre dei rischi a vicenda. I Maestri capiscono bene il mio bisogno di eccellere e di mettermi in competizione. Io, dal mio canto, accetto di cambiare l'usuale metodo col quale affronto in genere l'apprendimento.

E' un costante rimettersi in equilibrio su una corda dove non c'è mai un allenamento uguale all'altro, ciò che faccio lunedì potrei non essere in grado di farlo martedì. In palestra penso solo al momento da vivere e noto con entusiasmo che pian piano tutti iniziano a sciogliersi con me, a coinvolgermi nel cerchio dell'allenamento a terra, ad interagire con me adattando la loro esperienza al mio corpo. Mi meraviglio quando il Sensei mi mette in braccio i guantoni: “Certo che combatti anche tu, mica sei diversa dagli altri! E tieni chiusa quella guardia!” L'emozione corre così veloce che il cuore sembra volermisi proiettare fuori dal corpo (ed il mio Senpai Sam, navigato da anni di sport, intravede lo spiraglio emotivo e mi raggiunge con un bel pugno in pieno viso: la prossima volta imparo a tener alta la guardia!).

A settimane di distanza, continuo a guardarlo e vedo nell'espressione dei miei occhi quella di una ragazza che non conosco. Questa nuova Lila è combattiva, mordace, intensa e crede in ciò che fa, lezione dopo lezione, con entusiasmo: l'ultima volta che ho notato quello sguardo avevo 14 anni e giocavo a pallavolo. Non pensavo che sarei mai più riuscita a vedere sul mio viso tanta determinazione ed invece eccola lì immutata nel tempo, a far capolino fra le pieghe del kempogi. (3) .
Nessuna tappa da bruciare, nessun tempo prestabilito da rispettare, nessun confronto con i normodotati e così tanto da imparare, un nuovo senso al tempo. Sul tatami ci sono io, la mia carrozzina e NON l'essere diversamente abile: scacco matto alla disabilità.
Il Kempo mi salva. 


Cosa salva TE?







 Aurevoir, à la prochaine! 



Glossario:(1) Sensei: è un termine giapponese che ha spesso l'accezione di "maestro" o "insegnante". Oltre a indicare i docenti scolastici, viene adoperato anche all'interno delle scuole buddhiste, delle arti e tecniche tradizionali, dove il "maestro" non viene visto come semplice insegnante di nozioni, ma anche come un individuo dotato di autorità ed esperienza, ovvero un "maestro di vita".

(2) Senpai: termine della lingua giapponese che, in ambito prettamente scolastico, viene ad indicare rispettivamente lo studente più anziano. E' comunque molto utilizzato anche in ambito lavorativo, sportivo o, in generale, all'interno di ogni tipo di gruppo organizzato.

(3) Kempogi: nome giapponese per la divisa da allenamento del Kempo.


Fonti: Wikipedia , Pagina facebook Disabilisolari, www.disabili.com

venerdì 15 gennaio 2016

SALVINI RISPONDI A IACOPO MELIO

Iacopo Melio (ragazzo disabile di 22 anni) il 13 gennaio 2016 ha ribattuto a un post sulla pagina fb di Matteo Salvini in cui il politico asseriva:

"Il KAMIKAZE che ha fatto 10 morti a Istanbul era un 27enne siriano, entrato come "PROFUGO", che aveva chiesto asilo politico.
Intanto in Italia continua ad entrare chiunque..." e Iacopo, ritenendo che le cose non stessero esattamente in quel modo, a inviato un commento (eccovi lo screenshot)



Matteo Salvini non ha risposto a Iacopo, ma a questo commento sono seguiti commenti "pesanti" da seguaci della pagina fb (li posto qui sotto...)




 Credo che ognuno di noi, se avesse potuto scegliere come essere, si sarebbe fatto più carino/ meno magro/ meno grasso/ con un naso più gentile / con le gambe meno storte/ con una faccia più presentabile/ con un culo meno floscio/ con due taglie in più di tette, ...


e credo che nessuno di noi
- sono disabile anche io! dal 2006 -
abbia il piacere a essere giudicato 
per i difetti fisici
che ha.
Perché sono già un peso gigante
da portarsi dietro
da far vedere al mondo
- a meno che ti barrichi in casa e non fai entrare nessuno... - 

Ho visto che un paio di pagine fb si sono dimostrate solidali a Iacopo

e io non ho altri strumenti se non due blog, fb e twitter per essere solidale con Iacopo.

A Matteo Salvini (che spero mi leggerà) chiedo di dissociarsi con gli ignoranti/ maleducati che hanno offeso Iacopo. Chiedo a Salvini di ribattere al commento del ragazzo (se vuole), ma NON NE FACCIO UNA QUESTIONE POLITICA.

Non credo che gli spregevoli commenti riversati su Iacopo (ha 22 anni cazzo! è poco più che un ragazzino!) possano essere anche il suo pensiero. Credo solo l'italia sia un Paese pieno di persone imperfette, ma molte di più siano quelle frustrate che (quando non sanno come attaccare) ti attaccano sulla tua parte "più debole".

SALVINI DISSOCIATI!


SALVINI RISPONDI A IACOPO MELIO!

giovedì 6 agosto 2015

Sulla via di Santiago: il sogno di Roberto è più forte di tutto

Bonjour!
è da parecchio tempo che non scrivo su questo blog. Forse perchè (un pochino) mi sono rotta le palle di "lottare contro i mulini a vento". O forse anche perchè sono stata parecchio impegnata con la scrittura (la mia prima raccolta di racconti inediti e, ora, il mio primo racconto giallo) e quindi, per fortuna, ho pensato poco a me stessa e al mio fisichino da rottamare.


Quello che voglio condividere oggi è il BEL TRAGUARDO di Roberto Moretti, una persona diventata disabile a causa di un incidente che è riuscita, grazie a Genny - una carrozzina speciale - e al supporto della sua famiglia (Patrizia e il figlio) a realizzare il suo sogno di fare il Cammino di Compostela (350 km!).

Bravo Roberto! 

(di seguito l'articolo  CLICK!!! , scritto da Matteo Fontana e pubblicato su laprovinciadivarese.it)

Sulla via di Santiago: il sogno di Roberto 
è più forte di tutto
L’arrivo a Santiago di Roberto insieme alla sua famiglia
  • Giovedì 06 agosto 2015

Sulla via di Santiago: il sogno di Roberto
è più forte di tutto

Costretto sulla carrozzina dopo un grave incidente, il cardanese è riuscito a portare a termine il viaggio. Grazie alla sua determinazione e al veicolo Jenny

Quando le nuove tecnologie si mettono a disposizione delle esigenze dell’uomo, anche il sogno apparentemente più irrealizzabile può diventare realtà.
E’ una storia davvero commovente quella di Roberto Moretti, 62 anni, originario di Cardano al Campo, da dodici anni in sedia a rotelle a causa di un incidente, che però non ha mai perso la voglia di viaggiare. Tra maggio e giugno di quest’anno, Roberto ha percorso ben 350 chilometri lungo il Cammino di Santiago a bordo della sua Genny, un rivoluzionario dispositivo altamente tecnologico per la mobilità alternativa. «Era un desiderio di mia moglie Patrizia - racconta Roberto - intraprendere un cammino con lo spirito del pellegrino e io volevo esserci e vivere il cammino al suo fianco».

Roberto Moretti, cardanese di 62 anni, durante il cammino di Santiago di Compostela insieme alla moglie
Roberto Moretti, cardanese di 62 anni, durante il cammino di Santiago di Compostela insieme alla moglie

350 chilometri di spiritualità
Roberto e Patrizia hanno sempre viaggiato molto; la mobilità ridotta di lui non ha mai ostacolato la passione della coppia. L’idea di intraprendere addirittura un Cammino come quello di Santiago, che richiede forte spiritualità, disponibilità d’animo, di ascolto e prestanza fisica, nessuno dei due l’aveva mai avuto. «Con una carrozzina normale - sottolinea il signor Moretti - è molto complicato viaggiare; ci sono mete e modalità di spostamento che sono praticamente impossibili. Utilizzavo la mia carrozzina e mi rifiutavo stupidamente di pensare ad un mezzo elettrico per i miei spostamenti».
Il rischio utilizzando una carrozzina tradizionale, è quello di logorare le braccia. «Ora ho capito che le mie braccia sono fondamentali per conservare la mia autonomia e lo sforzo che faccio per spostarmi in carrozzina usura velocemente le articolazioni, compromettendo ogni mio movimento, anche in futuro» spiega Roberto. Questa la motivazione che ha spinto l’uomo a provare Genny, riuscendo così a coronare il suo sogno di compiere ben 350 chilometri del Cammino di Santiago, lungo il percorso delle frecce gialle, quello dei viandanti “normali”, attraverso distese di campi, mulattiere, guadi, lunghe salite e ripide discese. «Grazie a Genny - prosegue il signor Moretti - ho conquistato quel controllo della mia mobilità che mi ha convinto ad intraprendere il Cammino di Santiago; sapevo di avere un’autonomia di 25 chilometri in piano, distanza che si riduceva se sul percorso trovavo salite particolarmente impegnative». L’uomo ha sempre viaggiato al fianco della moglie e del figlio; solo in due casi si sono separati, in presenza di gradinate.



Quando il progresso aiuta
Ma come funziona Genny, nata da un’intuizione di Paolo Badano, imprenditore di Savona che da vent’anni si trova a convivere con la sua sedia a rotelle a causa di un banale incidente stradale. Genny è un dispositivo che trasforma l’utilizzatore in leva di comando, assicurando massima libertà di movimento, grazie a un sistema di stabilizzazione, basato su una rete di sensori elettrici. A differenza dell’uso della tradizionale sedia a rotelle, le braccia e le mani sono libere e Genny reagisce e si muove al movimento del busto, seguendo lo stesso principio auto bilanciante del Segway. «La felicità è stata più forte della fatica - conclude Roberto - gustare le sensazioni che si provano camminando mi sembrava ormai impossibile; sto già pensando al prossimo cammino da intraprendere, magari lungo la via Francigena».


Aurevoir!
Et... à la prochaine 

lunedì 27 ottobre 2014

CHE DIFFERENZA C'E' TRA INVALIDO E DISABILE?

Io sono Ilaria.
E questo lo sappiamo tutti.
Da qualche anno a questa parte, però, mi trovo in situazioni in cui devo dire di essere invalida o disabile.

Forse i due termini, inconsapevolmente, sono stati utilizzati da me in modo corretto ma è bene per tutti specificare in cosa consista la differenza tra i due:

(FONTE: http://www.superabile.it/web/it/home/la_scheda/info-833910675.html )



La scheda

PREVIDENZA , Differenza tra invalidità civile e handicap

Foto APERTURA Ogni persona a cui è stata riscontrata una malattia o menomazione ha assoluto diritto a fare richiesta di accertamento dell'invalidità civile e della situazione di handicap. Saranno soltanto la commissione medica dell'ASL, e in seguito la commissione INPS, a valutare la situazione clinica del richiedente e decidere sul diritto o meno ad un riconoscimento dell'invalidità civile e di handicap o di handicap grave.
A questo punto è importante fare alcune precisazioni relative alla differenza tra invalidità civile e la situazione di handicap poiché si tratta di due riconoscimenti diversi.
La valutazione dell'invalidità civile si basa sulla riduzione della capacità lavorativa, con la conseguente attribuzione di una percentuale.   L'art. 1, comma 4, lettera c), del Decreto Legislativo 23 novembre 1988, n. 509, stabilisce che la determinazione della percentuale di riduzione della capacità lavorativa deve basarsi anche sull'importanza che riveste, in attività lavorative, l'organo o l'apparato sede del danno anatomico o funzionale.
In altre parole, la riduzione della capacità lavorativa è il concetto che deve essere valutato per determinare la percentuale d'invalidità, individuando anche in questo modo la capacità lavorativa residua. Tale riduzione non comporta l'impossibilità di un inserimento lavorativo, bensì la difficoltà di eseguire una determinata attività nei modi e nei limiti considerati normali per un individuo.
Nel riconoscimento dello stato di handicap, invece, viene presa in considerazione la difficoltà d'inserimento sociale dovuta alla patologia o menomazione riscontrata. Il concetto di handicap - sempre come definito dalla Legge n. 104/92 - esprime la condizione di svantaggio sociale che una persona presenta nei confronti delle altre persone ritenute normali e si differenzia dalla menomazione (fisica, psichica o sensoriale) che da quella condizione ne è la causa.
In altre parole, lo stato di handicap per la sua valutazione tiene conto della difficoltà d'inserimento sociale della persona disabile, difficoltà che è dovuta alla patologia o menomazione di cui una questa persona è affetta.
La diversità dei criteri di valutazione tra l'invalidità civile e la situazione di handicap è importante dal momento che essa può determinare che ad una percentuale di invalidità inferiore al 100%, corrisponda  contemporaneamente il riconoscimento della situazione di gravità ai  sensi dell'art. 3,  comma 3 della Legge 104/92.
Difatti, essendo diversi i criteri di valutazione dei due accertamenti, l'uno non è legato all'altro né in maniera proporzionale né consequenziale, al punto che si può ottenere lo stato di handicap grave anche in assenza il riconoscimento di un'invalidità civile.
Espresso in un altro modo, questo significa, come già precisato, che anche in alcuni casi dove la malattia o menomazione non ha dato luogo a un 100%, è possibile essere riconosciuto in situazione di gravità.
Riassumendo, per quel che riguarda lo stato di handicap previsto dalla Legge 104/92, riguarda coloro che hanno una minorazione fisica, psichica o sensoriale, stabilizzata o progressiva, che è causa di difficoltà di apprendimento, di relazione o di integrazione lavorativa e che è tale da determinare un processo di svantaggio sociale o di emarginazione.
In questo caso la valutazione non verte, dunque, solo sull'accertamento di tipo fisico, ma anche sulle conseguenze di tipo sociale che la minorazione comporta (l'art. 3, comma 3 della Legge 104/92).
Si ribadisce che in nessuno dei due casi - invalidità civile e handicap - non è preclusa la possibilità di svolgere attività lavorativa. Infatti, una persona a cui sia stato riconosciuto il 100% di invalidità civile, l'indennità di accompagnamento e la situazione di handicap grave può mantenere il suo posto di lavoro o accedere a un nuovo impiego, sempreché le condizioni di salute lo permettano  ((art. 1, comma 4, lettera c  del D. Lgs.23 novembre 1988, n. 509).
Il riconoscimento della situazione di handicap non dà luogo a provvidenze economiche ma è la condizione indispensabile per poter usufruire di varie agevolazioni, tra cui i permessi lavorativi concessi ai lavoratori disabili e ai familiari che li assistono e il congedo retribuito di due anni solo per familiari che assistono disabili riconosciuti in situazione di gravità.
Il requisito della situazione di gravità si considera soddisfatto quando sul verbale è sbarrata la voce:  HANDICAP GRAVE .......ai sensi dell'art. 3, comma 3 della Legge 104/92.
Altrimenti le seguenti voci non sono considerate come situazione di gravità. Tranne la voce "Persona non handicappata", gli altri due riconoscimenti possono, comunque, dar diritto ad altri benefici ma non ai permessi e al congedo retribuito:
  • Persona non handicappata
  • Persona con handicap (articolo 3, comma 1, Legge 104/1992)
  • Persona con handicap superiore al 2/3 (articolo 21, Legge 104/1992)
 
Prassi di accertamento
Poiché per ottenere sia l'invalidità civile sia la situazione di handicap la procedura, nei due casi, è uguale, l'art. 6, della Legge 80/2006 ha introdotto alcune novità a proposito della semplificazione degli adempimenti amministrativi per le persone con disabilità, offrendo la possibilità, a richiesta dell'interessato, di unificazione delle visite di accertamento. Questo significa che può essere presentata in un'unica domanda la richiesta di accertamento dell'invalidità civile e quella dell'handicap. In questo modo i due accertamenti saranno effettuati contemporaneamente senza necessità di essere sottoposti a due diverse visite con le difficoltà che questa procedura comportava in passato: presentazione di distinte domande allungando, in questo modo, considerevolmente i tempi (Art. 6, della Legge 80/06).
Inoltre, la stessa legge (Legge n. 80/06) prevede, per le persone affette da patologie oncologiche e per coloro affette da gravi patologie comprese nell'allegato al Decreto Ministeriale 2 agosto 2007, un procedimento più breve per la visita di accertamento. Infatti, l'accertamento dell'invalidità civile e dell'handicap in questi due casi deve essere effettuato dalle commissioni mediche entro 15 giorni dalla data di domanda dell'interessato.
 
Riferimenti normativi:
  • Legge 5 febbraio 1992, n. 104
    "Legge-quadro per l'assistenza, l'integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate."  (Pubblicata in G. U. 17 febbraio 1992, n. 39, S.O.).
  • Legge 9 Marzo 2006, n. 80
    Conversione in legge del D.L. 10 gennaio 2006, n. 4 recante misure urgenti in materia di organizzazione e funzionamento della pubblica amministrazione (pubblicata nella Gazzetta Ufficiale n. 59 dell? 11 marzo 2006)
  • Decreto Legislativo 23 novembre 1988, n. 509
    Norme per la revisione delle categorie delle minorazioni e malattie invalidanti, nonché dei benefici previsti dalla legislazione vigente per le medesime categorie, ai sensi dell'articolo 2, comma 1, della legge 26 luglio 1988, numero 291 (Pubblicato nella G.U. 26 novembre 1988, n. 278).
  • Ministero dell 'economia e delle finanze - Decreto Ministeriale 2 agosto 2007
    Individuazione delle patologie rispetto alle quali sono escluse visite di controllo sulla permanenza dello stato invalidante  (Pubblicato nella Gazz. Uff. 27 settembre 2007, n. 225.)
 
Argomento correlato:
PREVIDENZA, Invalidità civile e handicap: chi può presentare domanda

venerdì 17 ottobre 2014

CERCASI VOLONTARI TELETHON - BANCHETTO NATALIZIO

PERCHE' PER LA RICERCA I FONDI NON SONO MAI ABBASTANZA


Bonjour...

Io della mia fottuta malattia ho già parlato tempo fa (QUI, CLICK!!!). Devo molto a Telethon, perchè dal 2009 sta studiando la mia malattia. Ok, ora una cura non c'è... (e sono passati 20 maledettissimi anni, in cui OGNI GIORNO, spero di svegliarmi l'indomani e che mi chiamino per darmi la buona notizia...), però io confido nella ricerca e spero un giorno la trovino.

Voi, se volete, potete mandare una e-mail a volontari@telethon.it e proporvi per i banchetti di natale, nella vostra città.

Oppure... potete andare sul sito www.telethon.it per lo SHOP SOLIDALE.





LA RICERCA HA BISOGNO ANCHE DI TE

martedì 1 aprile 2014

«Un disabile può lavorare La mia storia è un esempio»

La Provincia di Varese, ha scritto un articolo che mi ha come protagonista

http://www.laprovinciadivarese.it/stories/Cronaca/un-disabile-puo-lavorare-la-mia-storia-e-un-esempio_1052561_11/